La Natività: madre e figlio nell’arte è l’ultimo libro che Vittorio Sgarbi affida ai timbri della sorella Elisabetta per la Nave di Teseo. Il libro è comparso nelle librerie dal 3 dicembre 2024.
Era quindi a dicembre che Vittorio si affacciava in alcune trasmissioni televisive e nei teatri per presentare accanto al suo ultimo spettacolo Arte e Fascismo al Teatro Olimpico di Roma un libro che lo emozionava già nel titolo. La maternità. La pronuncia di questa parola faceva sillabare le prime volte in cui è comparso il libro, la voce di un critico che usciva dall’anima.
Ma quando dovette introdurre il tema della maternità, quella stessa voce pareva spegnersi man mano, e allontanarsi della sua forza dialettica e impetuosa, ma gli occhi si accendevano di una nuova luce mai vista.
La Natività ci ha affidato la tenerezza filiale di Vittorio Sgarbi. Ci ha svelato l’affetto di un padre verso i suoi amati figli, e il perdono della madre Rina che lo ha lasciato da solo, dopo l’abbandono dell’austero padre Nino. È un libro che non sembra essere stato scritto nella stessa stanza dello stesso critico che ha scritto Arte e Fascismo, ma nella stanza dell’uomo che desidera ancora essere figlio di una umanità in cui tutto gli sembra estraneo.
È l’uomo quello che dinanzi al volto della Madonna del Parto cala lo sguardo a terra per raccogliere le speranze incerte del futuro che incombe cupo. Il critico che osserva il grandioso sforzo dell’Eterno di Michelangelo nella Sistina che tende la vigorosa mano all’Adamo acquiescente, questa volta è conficcato, il suo pensiero, dalla punta del simbolo nella odierna contingenza. Il pensiero del critico si è fatto questa volta carne, non è più sospeso nell’euforia della conoscenza, ma ha sceso i gradini della coscienza.
Quando sul critico che per oltre cinquant’anni ha lottato contro la blasfemia della bellezza, sono ricadute le massicce minacce pubbliche che solo la genialità può addossare al carattere, anche il corpo che si stanca prima dell’animo, ha gettato lo scudo in una battaglia che si è rivelata essere infine una guerra dell’essere. Il gravame delle pubbliche faccende e delle private vicende ha finito di logorare il mantello della “assoluzione umana” di cui si ricopriva.
Questo mantello lo indossano pochi esempi di vita oggi, e l’hanno indossato in schiera e successione negli ultimi secoli Raffaello Sanzio, Caravaggio, Giacomo Leopardi, Gabriele D’Annunzio e Pier Paolo Pasolini. È indossato quasi ogni cento anni, e quando lo si rinviene dal vento della storia, fa salire ogni volta ciascuno che lo veste sul palcoscenico di una tragedia sofoclea.
In Vittorio Sgarbi sopravvive in noi l’esempio di un impraticabile dissidio tra legge umana e legge celeste, tra res humani iuris e res divini iuris, che si è sciolto nell’industrializzazione del nostro spazio, a ridosso dell’iperrealismo delle religione. La cosa che tocca l’epidermide vestendolo di sensazione tattile in Vittorio Sgarbi conserva il conflitto con una tensione alla fuga dalla sensazione verso “l’altra riva” dantesca, della ascensione proibita.
Il pensiero del critico d’arte si è fatto adesso un ricordo del figlio di Rina Cavallini e di Nino Sgarbi, subendo il paradosso di un presente che sveste per umiltà quasi francescana gli abiti del padre di Alba, Evelina e Carlo, ai quali l’atto della rinuncia al progresso potrebbe sembrare più come un capitolo verghiano dei Malavoglia.
La verità cui forse dovremmo attribuire le cause di questa repentina depressione che nel filtro della narrazione che attraversa la società assomiglia giorno per giorno a una “deposizione” raffaellesca dello spirito del critico, è invece un’altra.
Qualche anno fa un altro critico famoso, Giulio Ferroni, aveva scritto un volume per la Salerno Editrice (2019) così intitolato: “La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere”.
Ferroni lo aveva scritto quasi in contemporanea che scrivesse la monografia su Ludovico Ariosto, il grande poeta vate cui la Ferrara del Cinquecento ha dato illustri natali. E non è un caso che entrambi i volumi siano stati concepiti insieme, siccome la Poesia e l’Arte vivono in armonia se sono figli della Critica, o di un critico quale lo fu l’Ariosto prima di scrivere la follia di Orlando Furioso.
La verità è quindi che quella che Vittorio Sgarbi ha esclamato come “un treno che si è fermato a una stazione sconosciuta”, in cui si aggirano per la mente i fantasmi di quei progetti per la vita, le ombre di quelle scritture per la Bellezza, non è “una condizione fisica e morale” che non può evitare, e non è nemmeno la “depressione” il suo vero nome. Il suo nome è omonimo di quello che Guido scopre in Otto e Mezzo di un Fellini mascherato, ed è “crisi”.
Quando la Krisis sopraggiunge all’intelletto, non bisogna dubitare, ma è solo da ringraziarla che abbia scelto noi, come critici, noi che conosciamo “il nostro mal di essere”, perché quello che lei ci porta in dono è la Charis, la Grazia, che fu concessa ad Achille quando seppe che stava per lui avvicinandosi la Gloria.
Vittorio Sgarbi: leggi, rifletti, resisti.